VENEZIA

Come è difficile parlare di Venezia. Città complessa da raccontare, da descrivere, da dipingere e da fotografare. L'immaginazione sembra rattrappirsi nella superficie della sua intensità, scivolare nell'articolarsi dei suoi canali, perdersi nella luminosità delle sue atmosfere.

L'oggi della sua rappresentazione sembra indebolirsi nell'abbondanza del suo passato, nella stratificazione dei suoi tesori, nella passione dei suoi visitatori. Pare quasi che un silenzioso camminar fra le sue anomale strade a doppio percorso nei mesi fuori stagione possa essere l'unica via per calmare e restituire al nostro pensiero inquieto una visione intima della sua bellezza. Pochi momenti in cui si domina e possiede la magnificenza di questa città, in cui se ne sente la confidenza, se ne assorbe il ritmo e se ne ottiene corrispondenza. Così come l'aggrovigliato percorso nelle Gallerie dell'Accademia, silenziosa e restitutiva contemplazione di un passato di ricerca, di sperimentazione e di passione. Sfilata di opere che ne raccontano la storia, fatta di dogi, madonne e luminosi incontri di acqua e cielo. E dove sta la terra a Venezia?

Un elemento senza stabilità nell'unicità di questo luogo che segna il difficile equilibrio tra uomo e natura, tra ambientalismo e turismo, tra architettura e forza della natura, tra porti e ponti. La terra a Venezia è altra cosa. Sta nascosta nelle pietre che lastricano la città e nella forma variegata delle sue architetture forate. Sta nelle pance delle navi che ne trapassano l'orlo sul canale della Giudecca, sta a manciate nelle mani delle persone che la visitano. Sta nel nomadismo della sua stessa essenza di città-porta tra oriente ed occidente. Porta ancora oggi, tra il continuo tour silenzioso di ospiti della vecchia e nuova Europa e quel numeroso viaggiare di orientali all'apparenza quasi onnivori. Nomadismo di capolavori, trasportati nell'antichità da un porto all'altro, pegno di una conquista che sempre si allargava e nomadismo di attualità per le opere chieste a prestito a rappresentanza delle sue appetibili scuole artistiche.

La terra a Venezia è nomade, nelle mani dei suoi visitatori timidi, in continuo passaggio sulle sue isole collegate. Scivola sulle pietre, si scioglie nell'acqua, ne assume colore e consistenza.

Per questo io credo che l'albergo, nella sua essenza, anche nominale, tutta italiana, sia uno tra i suoi più intimi riferimenti di una dialettica quotidiana.

Albergo, albergare, albergatore: essere ospiti accoglienti di un nomadismo incessante. Mai come a Venezia la sua concretezza organizzata ha e deve trovare la sua più straordinaria occasione.

Per quanto mi riguarda gli alberghi sono una modalità di vita. Intenso e struggente nido che si contrappone all'anonimia di un appartamento che la proprietà non basta a far proprio; luogo dell'incontro e della riservatezza, dello scambio e della semplificazione formale. Rintracciare in quella hall l'oggetto della curiosità, nei suoi arredi il gusto di un'epoca, nella sua gestione il prezzo di un servizio. Facce e facce che si susseguono, valigie appoggiate al bancone, attese prima della cena, porte che si chiudono, camere che nel giro di poche ore si caricano dei simboli di un'esistenza. Poi tutto scompare e ricompare, nel cambio della biancheria, nella nuova imbiancatura, nell'ammodernamento, nel nuovo gruppo di ospiti.

Più di un'artista, nella storia di questo secolo, ha fatto dell'albergo il luogo della sua sperimentazione intuendone il valore di contemporaneità, cercandone la varietà, respirandone l'intensità.

Allora e pure albergo come casa. Il luogo che accoglie nella nuova città e ne rappresenta l'atmosfera attraverso la sedimentazione di oggetti, di mobili, di tappezzerie, di sapori, di opere.

Questo è anche di Venezia. Secondo una tradizione che ha fatto di alberghi e trattorie il luogo dell'appuntamento, dello scambio, dell'arte e della critica.

E non a caso l'albergo che ora ci ospita sta vicino al teatro. Siamo tutti attori che calchiamo la sua scena. Qualcuno è stato più amato, di qualcuno è stata chiesta una traccia, di qualcun altro se ne è cercato conferma. In quest'ottica il progetto che ha visto qui la chiamata di 35 artisti va a riconfermare un'antica tradizione di ospitalità. Per il suo albergatore e per quelli che ne prenderanno, anche solo per una notte, possesso.

Per tutti gli artisti non posso immaginare. Ma certo, per quelli che ho potuto seguire, ho registrato una prima esitazione tematica. Venezia è una città che sembra annullare l'immaginazione per esuberanza di stimoli e per eccesso di consumistici riferimenti visivi. Poi, nel passare dei giorni, ho visto le idee farsi manciata di terra nelle mani di questi nomadi creativi.

Dov'è la terra a Venezia? Anche nelle mani di questi 35 ospiti nomadi che del loro viaggiare ci portano il senso della diversità sensibile. Nelle mani di futuri ospiti che guarderanno e renderanno ancora diverso il sentimento di coloro che li hanno preceduti.

Per questo quando entro in un albergo e osservo il quadro che pende inclinato sulla parete raramente mi trattengo dal ridargli allineamento. Un piccolo atto di cura per chi ha voluto lasciare qualcosa e per chi ha voluto raccogliere e aumentare questa eredità.

Incontri di vita nomade.

Paola Tognon

 

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